«Ai Nomadi rendiamo omaggio come un coro»

Un amore che non può finire tour dei Corpo Estraneo farà tappa a Cascina Ovi sabato 6 giugno, ore 20.00: la nostra intervista alla band.

Cinque voci, altrettanti strumenti, tanti anni di storia e un solo obiettivo: trascinare il pubblico con la musica dei Nomadi. I Corpo Estraneo Nomadi Tribute Band faranno tappa, nel loro “Un amore che non può finire tour” anche a Cascina Ovi, nell’ambito della nostra “Clamorosa estate“.

Per presentare la grande serata di sabato 6 giugno, abbiamo scelto la formula dell’intervista collettiva: una domanda e una risposta per ciascun musicista, più due quesiti ai quali tutti i componenti della band hanno risposto con una sola voce.

Appunto: come un coro.

Domanda a Luca Cariati (voce) – La voce dei Nomadi ha attraversato decenni senza perdere identità. Tu come eviti il rischio di “imitare” Augusto Daolio o Danilo Sacco e riesci invece a metterci qualcosa di tuo?

Senz’altro provo a evitare questo rischio! Anche perché imitare le loro voci, oggettivamente inimitabili, sarebbe peggio che irrispettoso: sarebbe inutile. Nei brani metto, invece, la mia anima: so bene che cantare canzoni che hanno fatto la Storia del nostro Paese è una grande responsabilità. Una responsabilità grande come l’emozione e l’onore che porta con sé.

Domanda a Simone Concu (chitarra) – “Dio è morto”, “Io vagabondo”, “Un pugno di sabbia”: canzoni che tutti credono di conoscere a memoria. Ma qual è il dettaglio chitarristico o musicale che il pubblico normalmente non nota e che invece ti fa impazzire?

C’è una cosa, nei Nomadi, che mi ha sempre colpito: provate ad andare oltre l’apparente semplicità e troverete una cura dei dettagli musicali semplicemente clamorosa. Io sono cresciuto con le loro canzoni: il mio amore per la chitarra nasce proprio grazie a loro. I pezzi cui la domanda fa riferimento sembrano semplici, quasi immediati, ma a un’analisi più attenta ecco che si coglie come una frase di chitarra o un piccolo assolo diventino fondamentali per l’identità del pezzo. Nei Nomadi ogni nota ha un senso, ogni nota è pregnante: non esiste vuoto virtuosismo; lo sacrificano per due elementi ben più importanti: donare emozioni e servire la canzone. Questa, proprio questa è la cosa che, di loro, mi fa impazzire.

Domanda a Emilio Izzi (tastiere) – I Nomadi hanno sempre avuto qualcosa di spirituale, quasi liturgico, pur restando popolarissimi. Le tastiere hanno spesso creato quell’atmosfera sospesa. Quanto conta, secondo te, il non detto nella loro musica?

Nei Nomadi, il non detto è fondamentale. Spesso, le tastiere non “servono” a stare in primo piano, ma a creare proprio questa loro atmosfera sospesa, in grado di accompagnare il testo senza invaderlo. È proprio quello spazio tra le note, quei suoni tenuti, che fanno arrivare le emozioni. Ecco perché, soprattutto dal vivo, cerco di non turbare questo equilibrio: suonare quello che serve… e lasciare respirare la musica.

Domanda a Daniele Radice (basso) – Molti ricordano i Nomadi per i testi, meno appassionati si accorgono di quanto il basso sia centrale nella loro musica. Quale brano tra quelli che proporrete live in Cascina, da bassista, ti fa dire: «Qui c’è molto più lavoro di quanto sembri»?

I bassisti che si sono succeduti nei Nomadi hanno sempre avuto lo stesso approccio: linee di basso a servizio delle canzoni. Un approccio che condivido e cerco, a mia volta, di attuare. I brani per me più interessanti? Tra quelli nella nostra scaletta a Cascina Ovi dico “Naracauli” dal punto di vista armonico e nell’utilizzo di rivolti; “Gordon” per l’aspetto ritmico.

Domanda a Stefano Radice (batteria) – I Nomadi hanno sempre avuto una sezione ritmica molto riconoscibile: essenziale, popolare, mai “virtuosa per forza”, ma capace di sostenere canzoni che sono entrate nella vita delle persone. Da batterista, qual è la cosa più difficile? Restare fedeli a quello stile? esistere alla tentazione di “modernizzarlo” troppo? Altro ancora?

La vera sfida, dal mio punto di vista, è riuscire a cogliere tutti i dettagli tecnici e interpretativi che Daniele Campani (batterista dei Nomadi dal 1990 al 2023) ha portato nei brani di questo gruppo straordinario, soprattutto dal vivo. Attenzione: per «tutti» intendo «tutti davvero». Parliamo di sfumature che magari il pubblico non percepisce subito, ma che fanno enorme differenza nel groove, nella dinamica e nell’energia di un brano. Il bello è proprio cercare di riportare quei dettagli sul palco insieme ai miei compagni di gruppo: non solo suonare le canzoni, ma trasmettere quello spirito, quell’intensità e quella precisione che hanno sempre caratterizzato i Nomadi. È la cosa più bella, dicevo. E, insieme, è la cosa più difficile.

Prima domanda collettiva – I Nomadi sono una delle pochissime band italiane che riesce ancora a mettere insieme piazze, generazioni e mondi diversi: operai, professori, persone pervase di nostalgia, ragazzi giovanissimi. Secondo voi perché quelle canzoni, oggi, fanno ancora così tanto male… o così tanto bene?

La risposta è semplice: i Nomadi “funzionano” perché le loro canzoni sono vere. Parlano di cose semplici ma profonde: amicizia, vita, perdita, speranza… temi che toccano tutti, a qualsiasi età. I loro testi fanno male, è vero: e fanno, è vero anche questo, altrettanto bene. Perché sono incredibilmente attuali, raccontano (anzi: hanno fatto!) pagine importanti della storia del nostro Paese. Il “trucco”? Paradossalmente, l’assenza di ogni trucco: non sono canzoni costruite per piacere a tutti i costi, ma se arrivano, arrivano dritte, senza filtri. Spesso ti entrano dentro. In tutti gli altri casi, ti lasciano comunque un segno potente.

Seconda domanda collettiva – Tavoli imbanditi, un pubblico attento, un luogo che ha una forte anima: come sarà suonare a Cascina Ovi?

Sarà, siamo convinti, una situazione particolare e bella. L’ambiente e l’atmosfera ci porteranno a suonare in modo più raccolto e più attento. Non ci limiteremo a fare musica: proveremo a contribuire alla costruzione di questa stessa atmosfera, mentre le persone vivono la loro serata. Sarà proprio questo il bello: entrare in punta di piedi… e accompagnare quel momento.


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