I “Racconti in musica” omaggiano Mina e Battisti
Sabato sera (20 giugno) vi aspettiamo a Cascina Ovi per festeggiare l’arrivo dell’estate e ascoltare i capolavori di due giganti della storia musicale italiana.
La voce di Manuela Piras, le tastiere di Gianni Imbrogno, la chitarra di Roberto Testini, il basso di Siro Burchiani, la batteria di Enrico Ferraresi: sono i Racconti in musica e sabato sera (20 giugno, ore 20.30) si esibiranno a Cascina Ovi con una serata che omaggia Mina e Lucio Battisti e dà il benvenuto all’estate. La serata è una delle date della Clamorosa estate di Cascina Ovi.
Abbiamo fatto una domanda a ciascuno di questi musicisti e due domande collettive alla band nel suo insieme. Ecco l’intervista che ne è scaturita.
Domanda per Manuela Piras, voce: Mina non sale su un palco da quasi mezzo secolo e Battisti si è sottratto ai riflettori negli anni più importanti della sua carriera. Eppure sono ancora tra gli artisti più amati d’Italia. Che cosa ci dice questo sul rapporto tra talento, immagine e successo?
Ecco la dimostrazione più evidente e bella che il successo non è sinonimo di visibilità. L’immagine conta? Certo. Ma il talento e la qualità artistica valgono di più: è proprio con l’arte che questi due giganti della nostra storia musicale hanno creato un legame profondo, indissolubile con il pubblico, capace di resistere anche alla loro assenza dalle scene. L’immagine è una strada, o magari una scorciatoia, per raggiungere la fama, ma è il valore artistico a garantire che il successo duri nel tempo.
Domanda per Gianni Imbrogno, tastiere: Battisti e Mogol hanno scritto canzoni che tutti credono di conoscere. Poi le riascolti a quarant’anni e significano qualcosa di completamente diverso. C’è un brano che per te è cambiato nel tempo?
Sì, c’è. ed è “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi”. Da ragazzo lo ascoltavo come una grande canzone d’amore, con quella bellezza melodica tipica di Battisti e quella scrittura di Mogol che sembra semplice ma non lo è mai davvero. Riascoltandola oggi, invece, mi sembra una canzone molto più matura e profonda. Non parla solo d’amore, ma dell’incertezza, della difficoltà di scegliere, di quel momento in cui una persona sente qualcosa di forte ma non riesce ancora a lasciarsi andare completamente. Dentro c’è una fragilità molto umana: il desiderio, la paura, il bisogno di libertà e allo stesso tempo il bisogno di qualcuno. Credo che sia questo il segreto delle canzoni di Mogol e Battisti: quando sei giovane ti colpiscono per la forte melodia, poi col tempo scopri che parlano di cose che avresti capito davvero solo più avanti, con l’esperienza della vita.
Domanda per Roberto Testini, chitarra: se dovessi spiegare a un ragazzo di vent’anni perché vale ancora la pena ascoltare Battisti oggi, da quale brano partiresti e perché?
Lo dico da musicista blues: Battisti in “I giardini di Marzo” fa una cosa molto vicina al blues. Prende una ferita personale e la trasforma in qualcosa che appartiene a tutti. Non serve spiegare troppo, non serve gridare. Bastano poche parole di Mogol, una melodia che sembra camminare piano, e quella voce di Battisti che non cerca la perfezione, ma la verità. “I giardini di marzo” è una canzone che non invecchia perché non racconta una moda. Battisti va ascoltato oggi anche se hai vent’anni perché non parla «del passato»: come il blues, parla di quelle cose che succedono tutti i giorni alle persone normali come noi. Credo peraltro che le canzoni di Battisti facciano ormai parte del patrimonio emotivo e culturale dei ragazzi di qualsiasi età e generazione. Non c’è da sorprendersi se oggi senti un ventenne cantare «motocicletta 10 HP»…
Domanda per Siro Burchiani, basso: i grandi bassisti sanno quando farsi sentire e quando sparire. Nelle canzoni di Mina e Battisti qual è il ruolo del basso? Accompagnatore discreto o protagonista nascosto?
Nelle canzoni di Battisti il basso ha un ruolo di accompagnamento fondamentale ma discreto, più ritmico che melodico, in perfetto stile italiano anni ’70. Per i brani di Mina il discorso è più complesso, lo stile è più retrò e spesso richiama atmosfere swing nelle quali il basso si muove di più a livello melodico. Il rischio di strafare è dietro l’angolo: anche questo caso bisogna stare attenti a suonare per la canzone e non per essere protagonisti.
Domanda per Enrico Ferraresi, batteria: le canzoni di Mina e Battisti non sono musica “da effetti speciali”. Richiedono misura, gusto, equilibrio. È più difficile suonare qualcosa che deve emozionare senza stupire?
È certamente complicato suonare per emozionare perché presuppone una grande sensibilità da parte degli esecutori: la sola tecnica, per quanto perfetta, non basta. L’ideale è l’unione delle due cose e credo di poter dire che come Racconti in musica abbiamo centrato l’obiettivo!
Domanda per tutta la band: siete a cena e arriva Mina. Poi arriva Battisti. Avete diritto a rivolgere una domanda a Mina, una a Battisti e una a entrambi. Quali scegliete?
Sarebbe bello chiedere a Mina: «C’è una canzone che senti di non aver mai interpretato esattamente come l’avevi immaginata?» Sarebbe interessante scoprire come un’artista così perfezionista giudica il proprio lavoro.
Mentre a Lucio Battisti sarebbe interessante domandare: «Rifaresti la scelta di allontanarti dai riflettori, sapendo quanto il pubblico avrebbe continuato a cercarti?»
E poi, a entrambi: «Quanto blues c’era nel vostro modo di rompere la canzone italiana senza far rumore?» Perché entrambi, davvero e potentemente, hanno portato dentro la musica leggera italiana una libertà che appartiene molto al blues: frasi che non cadono sempre dove te le aspetti, melodie che sembrano semplici ma sono piene di curve. Mina e Battisti hanno sicuramente ascoltato, e assorbito, tanto blues, che poi hanno saputo trasformare in qualcosa di profondamente italiano.
Seconda domanda corale: siete degli habitué di Cascina Ovi: com’è suonare in questo luogo?
Suonare a Cascina Ovi è un po’ come tornare a casa. È un luogo che riesce a creare un’atmosfera speciale: c’è vicinanza con il pubblico, attenzione all’ascolto e un senso di familiarità che rende ogni concerto diverso dagli altri. Quando suoniamo qui non abbiamo la sensazione di esibirci davanti a degli spettatori, ma di condividere la musica con persone che ci accolgono ogni volta con entusiasmo. Una parte del fascino di Cascina Ovi è merito delle persone che la rendono viva ogni giorno. Francesco e Antonella, ma anche tutti ragazzi che lavorano qui e che hanno saputo creare molto più di un semplice ristorante: hanno costruito un luogo di incontro, cultura e condivisione, dove artisti e pubblico si sentono accolti con calore e autenticità. Si percepisce la passione che mettono in ogni dettaglio, dall’organizzazione degli eventi, all’attenzione verso gli ospiti e alla cura dei piatti. Tornare qui è sempre un piacere, perché oltre a trovare un bellissimo spazio troviamo persone che credono davvero nel valore della musica e delle relazioni umane.
