«La risata? Una vocazione che non conosce tabù»

Ignazio Deligia, dagli Amakiaus al palcoscenico al cinema, racconta la sua Sardegna tra musica, comicità e malinconia: «Preparatevi, a Cascina Ovi saranno fuoco e fiamme».
«Il comico è nato con me». Ignazio Deligia lo dice con la sicurezza di chi ha trovato nella propria storia familiare una spiegazione semplice: suo padre era un comico, lui ne ha ereditato la vena e l’ha portata dentro una vita artistica cominciata a 17 anni, nelle metropolitane d’Europa, cantando in sardo con gli Amakiaus. Da allora sono passati trent’anni, tra canzoni, cabaret, teatro e cinema. Ma sotto le risate è rimasta la stessa Sardegna: quella di Is Mirrionis, della parlata cagliaritana, delle canzoni, delle ballate e di una sensibilità che, da bambino, aveva imparato a proteggere «con un’armatura».
Sabato 3 ottobre la porterà anche a Cascina Ovi, dove promette di mescolare sardi e milanesi, girare tra i tavoli e improvvisare: «Sarà una Serata Sarda esplosiva».
Comico e cantante, cabarettista e attore: sei un personaggio poliedrico. Qual è stata la tua prima passione, dal punto di vista espressivo?
Avevo 17 anni. Giravo l’Europa, metropolitana dopo metropolitana. Cantavamo nelle stazioni sotterranee, con gli Amakiaus. Le nostre cover in sardo di grandi successi internazionali avevano in sé una vena comica e una malinconica. Ho passato così cinque anni: poi, ho firmato il primo contratto discografico. Abbiamo iniziato a fare pezzi nostri, autografi: e trent’anni dopo non abbiamo ancora smesso. Nasco, dunque, come cantante e autore di canzoni.
E il comico? Quando è nato?
Il comico… è nato con me. Posso dirlo con certezza, dal momento che la questione è genetica: mio padre è stato un bravo comico, con un successo non dico regionale, ma senz’altro provinciale, a Cagliari e dintorni. La vena comica che «mi ha passato» è stato uno dei suoi più grandi doni. D’altra parte, anche come autore di canzoni mettevo, sulla scia di gruppi come gli Skiantos, un bel po’ di vivacità comica. Credo davvero sia una questione semplice: una questione di DNA.
Il quartiere Is Mirrionis, la città di Cagliari, la Sardegna tutta: quanto c’è di ciascuna di queste dimensioni nella tua arte?
Parto sempre dal mio quartiere nel quale convivono, come nella stessa comicità, cose che fanno ridere e altre che fanno piangere. Non esistono comici, credo, che non vivano, magari nascosta, una qualche forma di malinconia. Io stesso la esprimo, qualche volta, negli spazi tra una risata e l’altra: mi viene in mente, per esempio, il nostro brano “Innoghe”, che in sardo significa «qui». Racconta la storia di un uomo che, espatriato in continente, sogna di tornare in Sardegna a terminare i suoi giorni. Sarei stato lo stesso comico se non fossi sardo, se non fossi cagliaritano? Non lo so, lo dico sinceramente. Ma qualcosa di profondamente casteddaiu in me rimane: non avrei bisogno, per esempio, di cambiare leggermente la mia parlata per farmi capire o di passare decisamente all’italiano quando mi esibisco nel nord dell’isola.
Lingua cagliaritana o una delle molte parlate sarde esistenti: che cosa cambia tra l’una e le altre, per te?
La parlata cagliaritana, melodiosa e cantilenante, si presta alla comicità. Quando scrivo qualcosa di struggente – una canzone, una ballata – passo invece al sardo logudorese: sulla scia dei Tazenda, sulla scia dei Piero Marras.
C’è un tabù sul quale è meglio non scherzare?
Molti sardi sono particolarmente sensibili su un tema particolare: la bellezza del nostro mare. Meglio non avventurarsi in paragoni, nemmeno positivi, con il mare di altri luoghi. Conosco diverse persone che non li prenderebbero bene per niente.
E invece il cambio di sensibilità comune degli ultimi dieci anni? Chiamiamolo, per capirci, “politicamente corretto”: quanto ha cambiato il tuo mestiere?
Per nulla, direi. Non ho tabù e, di contro, non amo la volgarità. Invece, la nuova sensibilità può rappresentare una limitazione per quei comici – ce ne sono parecchi – che provano a imitare stile e stilemi degli stand-up comedians americani. Ma in sardo quel tipo di comicità, ne sono convinto, non funziona. Non funzionava neppure prima, intendo, di questo cambio culturale. C’è un’espressione sarda che possiamo usare nei confronti di costoro che, parafrasando Renato Carosone, «vogliono fare gli americani», ed è «Ses tocchendi pisci e carinu», ovvero all’incirca «Stai mettendo le mani nel posto in cui sto pescando io». Come dire: stai uscendo dai binari.
Quale battuta ti ha fatto dire «accidenti, questa l’avrei voluta inventare io»?
Le battute dei comici sono un po’ come le barzellette e un po’ come le canzoni popolari: difficilmente hanno un autore individuale e specifico, difficilmente hanno un copy wright. Ci sono battute che mi hanno colpito: le ho fatte mie, le ho reinterpretate. Sono diventate mie a tutti gli effetti, alla fine.
Com’eri da bambino?
Ignazio bambino era… il capo dei casinisti. Ma attenzione: anche questa è una maschera, o meglio un’armatura, uno schermo. Avevo una sensibilità peculiare e dovevo difenderla.
Come sei come attore?
Deligia attore è… un soldatino. Faccio quanto la regia e la produzione mi chiedono. Per “La vita va così” mi hanno chiesto se volessi fare il sindaco o il carabiniere: «Il sindaco» ho risposto. «Sarai allora il carabiniere» hanno ribattuto. Così è stato, con mia soddisfazione.
Quest’ultima frase colpisce come un pugno: qual è il trucco?
Uno solo: divertirsi sempre in quello che si fa. Da “carabiniere” mi sono, in effetti, molto divertito.
Che cosa ci aspetta sabato per la Serata Sarda? Come stupirai il pubblico di Cascina Ovi?
Preparatevi: il mix di milanesi e sardi è potenzialmente esplosivo, dal punto di vista comico. Giocherò probabilmente su questo. Coinvolgerò tutti, girerò tra i tavoli. Annuserò l’aria, capterò l’atmosfera e improvviserò. Sono sicuro che sarà tutto splendido.